Mese: febbraio 2015

Il dono del lupo

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Dopo un fine settimana in Brianza per condurre i nostri seminari, domenica sera io ed Enrica sulla strada del ritorno a ormai pochi kilometri da casa, abbiamo incontrato due lupi che scorazzavano sulla strada. Appena ci hanno visto si sono calati giù per un fosso. Ci siamo fermati per guardarli e immediatamente il maschio è ritornato in strada, ha corso per qualche centinaio di metri e poi si è fermato a guardarci. Voleva distrarci dalla sua femmina. Lo abbiamo fissato, seguito nuovamente e ammirato mentre più avanti si allontanava dalla strada in direzione della sua compagna. Ci sentiamo grati per aver avuto la possibilità di poter vedere due lupi allo stato brado, dal vivo, a pochi metri da noi, ma ancora di più, siamo grati per la benedizione che la loro comparsa come totem messaggeri significa. Mi spiego; il lavoro in Brianza è stato il primo in quella zona e sempre per la prima volta Enrica è venuta con me in una trasferta. La cosa bella e innovativa di questo viaggio per tenere dei seminari in un’altra città, non è solo stata la presenza della mia compagna, la quale era comunque stata presente a diversi seminari tenuti presso il nostro villaggio. Il fatto nuovo è stato che Enrica sta manifestando una padronanza nel prendere la parola, non più nel ruolo di partecipante o di compagna del conduttore, ma in quello di vera e propria conduttrice, in quello di guida, in quello di maestro che, come me, condivide le proprie conoscenze con gli altri. Nella simbologia sciamanica, il lupo è l’animale totem che rappresenta il maestro spirituale e quindi, quando esso si manifesta davanti a noi, ci dona il messaggio che siamo stati benedetti dalla sua medicina, dal suo potere e dalle sue qualità che, come un riflesso, ci appartengono e ormai fanno parte di noi. Grazie quindi alla comparsa di una coppia di lupi, la loro medicina è ora consacrata davanti al Grande Spirito nella nostra coppia, in me ed Enrica, insieme. Grazie lupi!

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Il ritorno delle Piantate; verso il Progetto della “Food Forest”!

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Oggi la chiamano Agroforestazione, ma in realtà è il ritorno di un’antico metodo di agricoltura: la Piantata. Il concetto sta nel piantare file di alberi in campi che solitamente si coltivano in modo intensivo. Tecnicamente, vengono piantati degli alberi da frutto o da legna distanti tra loro in modo sufficiente per farli crescere senza che si disturbino l’un l’altro e in file che siano distanti tra loro circa 20/25 metri, in modo da permettere la coltivazione di cereali e altri prodotti agricoli, oltre ad agevolare il passaggio di macchinari per la potatura e il raccolto. In questo modo si hanno diversi vantaggi: prima di tutto, dove si mescolano alberi e colture c’è maggiore energia per la loro crescita, si diminuiscono i rischi di bruciare i raccolti, l’acqua viene distribuita meglio e il terreno è molto più stabile, sopratutto in montagna dove il rischio di frane è assai frequente. Questo sistema è anche molto interessante da applicare in sinergia con l’allevamento. Con l’Agriforestazione, viene dunque favorito un approccio naturale e sinergio, con l’uso di metodi e produzione diversificate e consociative, utili per una agricoltura che sia ecologica, sostenibile e che abbia ricadute innovative sul sociale, sulla gestione del territorio e sulla responsabilità del proprio ecositema.

LA “FOOD FOREST” DEI NATIVI DELLA TERRA
Il bello del nostro podere, è che in parte è già impostato in questo modo. Alcune Piantate hanno resistito alla trasformazione dell’agricoltura meccanizzata e ci permetteranno quindi di poter preparare un progetto di “Food Forest”, ricalcando i vecchi modelli di terreno che i nostri avi avevano studiato prima di noi, nel contesto del territorio e della meteorologia, applicandolo alla nostra valle. In questo periodo, dovremo decidere quali alberi impiantare, a quale distanza e cosa coltivarci in mezzo. Abbiamo inoltre intenzione di condividere questo progetto creando un vero e proprio caso mediatico, con un sito, un gruppo facebook, una webcam sulla Food Forest e periodicamente filmati e interviste sull’andamento del progetto. Creeremo inoltre nella “Foresta del Cibo” laboratori didattici per gli amanti dell’agricoltura naturale e per le scuole.

Ao, l’ultimo dei Neanderthal (Film del 2010)

Un film eccellente che suggerisco a quelle anime che sono in armonia con la natura. Una bellissima idea filmica quella di fare comunicare i primitivi con una lingua antica sconosciuta, accompagnata da sottotitoli sintetici per capire i dialoghi e allo stesso tempo sentire la loro voce nella nostra lingua attuale che rende manifesti i loro pensieri e sentimenti. Un’arguzia narrativa che avrebbe migliorato di gran lunga i film di Mel Gibson “La passione di Cristo” e “Apocalypto” che furono recitati in latino, aramaico e maya. Molto belli anche i costumi, le location, le movenze e la gestualità degli attori, ben addestrati a comportarsi come primitivi. La storia è intrigante e molto verosimile, scritta certamente con un empatia storica non comune e con una conoscenza profonda della spiritualità sciamanica ancestrale. Un film che porta lo spettatore ad interrogarsi sulle proprie origini e che fa desiderare di ritorvare il piacere del contatto con la natura e della semplicità della vita di un tempo.

Ao, l'ultimo Neandertal“Ao, l’ultimo dei Neanderthal” (Ao, le dernier Néandertal) è un film del 2010 diretto da Jacques Malaterre con Simon Paul Sutton e Aruna Shields. Il film è in lingua francese, sottotitolato in Italiano.

La ricchezza della semplicità

 

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“La neve ormai rasenta il mezzo metro e mentre la luce finalmente irrompe dalla nuova porta a vetri dell’entrata, Enrica è in cucina a impastare un gustosissimo dolce. Fuori la tormenta di neve e noi qui al calduccio delle stufe impegnati nelle nostre faccende. Mi ricorda qualcosa di antico, di genuino, di famigliare. Un calore dell’anima che il mio cuore negli anni passati aveva sempre cercato. E ora ci sono dentro. Che senso di pace e gratitudine. Tra poco Enrica infornerà il dolce e preparerà le lasagne alla Bolognese che ci mangeremo a pranzo. Poi, tutti bardati con giacca a vento e scarponi da neve, ci recheremo in una casa che c’è nelle vicinanze per condividere il dolce appena fatto con i nostri vicini che stamattina erano passati per invitarci a bere del vin brulè. Questa è la nostra vita semplice, senza lussi ne grandi comodità, ma a me sembra di essere ricchissimo.”
Riccardo Fioravanti